Scrivere o parlare oggi di Venezia, ancora una volta, dopo le molte ed illustri opere recenti o meno, non può non ingenerare, in chi vi si accinga, un senso di imbarazzo per il rischio di una facile caduta nell’usuale e nel retorico e per la consapevolezza che la grandezza della storia di Venezia, del ruolo culturale e sociale, che svolse in Europa, e delle testimonianze molteplici, lasciate in ogni tempo ed in ogni settore dell’attività umana, sono tali da rischiare di soverchiare le forze di qualsiasi cultore e di qualsiasi studioso. Né esservi nato e vissuto a lungo aiuta, anzi: si instaura dapprima con il proprio ambiente un rapporto di amorevole confidenza, che ben presto evidenzia, però, ulteriormente, il senso del limite di chi scrive. L’amore per la propria città, stavo per dire per la propria Patria, e per la sua Storia non sa né può colmare questo divario; può però aiutare a ridurlo almeno in parte, nella consapevole volontà di aggiungere, comunque, almeno una tessera al lavoro di molti, per una sempre più completa e possibilmente diffusa conoscenza di fatti e di ambienti.
Quale settore culturale affrontare, del resto, per ridurre il rischio della retorica o della ripetitività, e capace nel contempo di stimolare curiosità ed interessi e di ravvivare un amore, che in troppi pare sommerso nell’oblio? A ben guardare, un ambito poco analizzato, che risponda alle esigenze ora esposte, esulante dall’usuale rapporto tra Storia e fonte documentaria d’archivio, è costituito dal riflesso dell’immagine e della vita di Venezia nel tempo quale si ricava dalle testimonianze della letteratura, come cronache di viaggio, romanzi, componimenti in versi, epistole: dai testi di varia letteratura, infatti, emergono scorci di paesaggio e di vita cittadina, tradizioni, elementi dello splendore e della decadenza, che trovano riscontro nelle cronache della Storia, ma senza la fredda patina dell’oggettività, e piuttosto in una dimensione umana, sovente emotiva. Per cui Venezia rivive volta per volta grazie alla testimonianza del figlio e a quella dello straniero, o viene rivissuta, sofferta, amata, odiata, nei suoi momenti d’oro e nell’opaco splendore della sua lunga e spesso obliosa decadenza. In questo modo, dunque, la città riappare con un’anima; non è solo la Dominante, destinata a divenire provincia e suddita, ma è civitas che vive, ama, soffre, lavora, si diverte, piange su se stessa, e non emerge freddamente dalle pagine fredde della burocrazia, ma galleggia per così dire quale forma onirica davanti agli occhi attenti, curiosi, appassionati di chi, magari per poco, vi si immerge ed assapora la sua realtà, quasi atemporale, come leggendo in un album di vecchie e affascinanti fotografie.


